In principio era il dubbio

Mani lavora nella cooperazione internazionale decentrata dal 2002 e nelle aree rurali del Senegal dal 2008. È una piccola associazione di persone, soprattutto donne, che hanno scelto di impegnarsi nella vita civile e politica. Mani lavora senza collaboratori esterni fissi e non ha “espatriati”, cioè operatori italiani che “gestiscono il progetto in loco”.  In Senegal lavoriamo a distanza con Bineta GUEYE per l’ideazione, il coordinamento e la gestione del progetto, perché è in grado di fare da ponte tra i nostri due territori (Regione Emilia -Romagna e Regione di Thies). Lei sa come gestire le differenze linguistiche e costruire pratiche sociali con le donne. E’ la coordinatrice, la “project manager” in loco, capace di unire la tradizione della cultura senegalese all’innovazione nata dal dialogo con i saperi, i bisogni, i desideri e le motivazioni delle donne dei villaggi nelle aree rurali.

Grazie a Bineta e al cammino percorso insieme, abbiamo creato uno spazio di apprendimento reciproco, caratteristica che sta alla base del nostro operare.

Eppure, in tutta la nostra attività, va tenuto conto del Grande Convitato di Pietra: la rappresentazione coloniale che vede i Paesi del Sud del mondo subalterni. Il rischio di neo-colonialismo dei Paesi donatori ci obbliga pertanto a decostruire le pratiche di relazione con le comunità locali e reinventare al femminile contenuti e metodi. Anche quando parliamo di “aiuto” dobbiamo essere molto attenti all’uso di questo termine perché cristallizza l’asimmetria di potere nella relazione tra donatori e comunità locali, a tutto svantaggio dei secondi. Infatti, anche chi, come me, si riconosce nella cultura “transfemminista” (cioè la pratica che indaga sui legami tra le “razze”, sesso e stato sociale), rischia di omologare le relazioni con i Paesi a basso e medio reddito secondo criteri che considerano i femminismi locali come subalterni. Nel lavoro di cooperazione internazionale con le donne, l’inevitabile squilibrio di potere è aggravato dall’ombra della colonialità, cioè dal paradigma della superiorità civile, scientifica…. introiettata da entrambe le parti, donatore e beneficiario. Così, questo legame diviene contesto di ricerca sulle relazioni, sulle metodologie di lavoro con le donne in Africa. Serve essere responsabili, perché le parole precostruiscono la realtà e le relazioni: solo lavorando sulle diverse specificità delle varie pluralità si possono individuare gli interstizi da cui può emergere il cambiamento sociale. Dobbiamo costruire un’alleanza, soprattutto tra culture diverse, è necessario mettersi in gioco, esplicitare la differenza di potere, ribaltare la propria posizione affinché le pratiche di cambiamento possano emergere dalle pieghe del contesto. Questa responsabilità deve essere certamente reciproca, non basata su pratiche prescrittive, ma su obiettivi condivisi, fiducia e affetto comuni. Storie di vita, insomma.  Nel caso di Mani, allora, la fiducia si è basata sull’alleanza con Bineta Gueye di FEEDA, autorevole rappresentante della sua comunità, capace di fare da ponte in entrambe le relazioni: strutture razionali e culturali italiane e quelle appartenenti al contesto senegalese. A partire dalla formazione rivolta alle associazioni di donne. Un esempio fra i molti? Il riconoscimento del pieno diritto alla cittadinanza, con particolare attenzione al conflitto tra legislazione ereditaria, che identifica il diritto delle donne ad ereditare le terre, salvaguardandone la proprietà terriera, e la cultura tradizionale, che privilegia invece solo gli uomini. E ancora: la formazione per la “governance”, perché le donne siano elette negli organi amministrativi, o la formazione femminile sulla gestione autonoma del microcredito. L’elezione delle donne negli organi amministrativi, che ha permesso loro di essere coinvolte quotidianamente nella gestione delle politiche dei loro territori, ha avuto due esiti: da un lato, veicolare, attraverso la loro comunicazione quotidiana, il senso dello Stato e, dall’altro, sostenere la partecipazione comunitaria combattendo lo stereotipo che vedeva le donne solo come custodi della vita quotidiana, della famiglia, delle piccole cose. Ancora oggi, ogni anno, i progetti di Mani sostengono la formazione degli amministratori sulle linee guida del governo per la gestione delle risorse locali creando così empowerment per le donne, che per legge costituiscono infatti il 50% degli eletti negli organi amministrativi. Abbiamo imparato cosa significa lavorare negli interstizi della vita di queste donne, abbiamo imparato a partire dalle loro conoscenze e dai loro desideri, per riuscire a influenzare la pratica quotidiana e la trasformazione sociale. È nella pratica quotidiana che abbiamo trovato i nodi di un cambiamento co-costruito. Così, facendo leva sulla resilienza espressa dalle associazioni femminili, abbiamo perseguito una politica di piccoli passi, di piccole cose. Siamo, insieme, attenti a  riempire le azioni di cooperazione, non con donazioni ma, ma con la ricerca etica dei diritti contestualizzati nella cultura locale con istanze trasformative. Le iniziative di formazione non sono solo un luogo di trasmissione di competenze ma di costruzione del gruppo e di individuazione delle sue caratteristiche specifiche, della distribuzione e assunzione di responsabilità. Grazie a queste misure, le risorse e le azioni sono diventate un patrimonio comune che deve essere salvaguardato dalla comunità stessa. Sulla base di queste pratiche, pertanto, sviluppiamo un modello circolare di sistemi che vengono attuati contemporaneamente e hanno un impatto significativo: risorse per implementare il reddito delle donne attraverso l’agricoltura e/o la trasformazione agroalimentare e azioni sulla salute e sull’istruzione.

Tenere insieme tutti questi aspetti ha significato, per noi e per le comunità di donne, costruire una cultura della sostenibilità.  Quindi, piccoli passi, quelli che vengono compresi e gestiti dai gruppi femminili locali, costruendo tecnologie agricole alla portata delle donne (essiccatoio solare, pressa per arachidi, confezioni alimentari che aggiungono valore ai prodotti locali, macchina per l’ipoclorito utilizzata anche per creare a business). Infine, sosteniamo la scolarizzazione, soprattutto delle ragazze, affinché tutto questo lavoro permetta alla collettività di sognare un nuovo futuro per i propri figli.  Ora. finalmente, sono le stesse donne a lottare contro l’abbandono scolastico, i matrimoni infantili e le gravidanze precoci.

Una speranza di riscatto

La Guinea Bissau è, secondo l’ONU, uno degli Stati più poveri al mondo, con una spettanza di vita di 46 anni. A rendere ancora più precaria la situazione si aggiunge il fatto che i pochi giovani che riescono a laurearsi all’estero non tornano più in patria per la mancanza di adeguate strutture che permettano loro di esercitare l’acquisita professionalità, così impoverendo ancor più il proprio Paese.

Sulla base di queste riflessioni, circa 34 anni or sono, a mons. Ferrazzetta, allora primate della Guinea Bissau, da me conosciuto per motivi professionali e diventato presto mio amico, suggerii un progetto nuovo: far nascere a Verona un’associazione che avrebbe provveduto alla costruzione e mantenimento delle strutture e alla formazione del personale e, contemporaneamente, a Bissau una cooperativa sanitaria privata con adeguate strutture, che riuscisse a gestirsi con il lavoro dei medici guineiani, resi proprietari della stessa.

 

Così nel 1991 nacque la “Cooperativa Madrugada” : non “opera di carità, ma struttura, laica ed a-politica, che deve mantenersi con il lavoro professionale dei medici”,  come recita il testo dell’autorizzazione della Camera di Commercio di Bissau.  In base agli accordi, a Verona prese vita l’Associazione per la Collaborazione allo Sviluppo di Base della Guinea Bissau, trasformatasi in seguito in  ONLUS ed ora in Ente del Terzo Settore (ETS), con il compito di costruire e donare alla Madrugada le necessarie strutture edilizie, le apparecchiature tecnologiche, garantendo la loro manutenzione e impegnandosi anche a preparare adeguatamente il personale locale al loro uso. La nostra Associazione e la Diocesi di Bissau sarebbero state le organizzazioni garanti della Cooperativa dato che il Governo allora al potere, di ispirazione rivoluzionario-comunista, non permetteva la proprietà privata.

 

La Madrugada trovò la sua prima locazione in un terreno di circa 7500 mq nel quartiere di Antula Bono a Bissau, comperato dalla nostra ONLUS. Da allora Madrugada è cresciuta e oggi vi operano una quindicina di medici, mentre la Cooperativa, proprietaria degli stabili da noi donati, è autonomamente gestita da colleghi locali.

 

Alla Madrugada sono disponibili: un poliambulatorio dotato di servizio di cardiologia (ecografia ed elettrocardiografia), servizi di radiologia, di oculistica, di pediatria, tre poltrone odontoiatriche, una sala parto, un inceneritore, un’officina per la produzione di farmaci e fleboclisi, unica in tutta la Guinea Bissau. Di fatto, la Madrugada è  uno dei punti di riferimento per la popolazione del quartiere ed è convenzionata con il Servizio Sanitario Nazionale. Inoltre, un’abbondante falda acquifera assicura alle strutture il necessario approvvigionamento di acqua potabile e, grazie a piccole fontane poste all’esterno della recinzione, anche alla popolazione. La realizzazione delle fontanelle fu presa nei primi anni 2000 in considerazione del fatto che il locale acquedotto era inquinato e a Bissau vi era un’epidemia di colera.   Questa decisione cambiò radicalmente l’atteggiamento del Governo, fino ad allora assai sospettoso nei riguardi della Madrugada e della nostra Onlus. Nel 2008, infatti, il Presidente della Repubblica ci donò, con atto internazionale, un terreno adiacente alla nostra struttura, terreno a quell’epoca in dotazione alle locali forze armate. La motivazione ufficiale della donazione fu che “la Madrugada, con la sua acqua, aveva salvato Bissau dal colera!”. La superfice attuale del Campus è di circa 65.000 mq. Lo stesso Governo ci suggerì, se possibile, di costruire nel terreno donato le scuole e  strutture per lo sport (campo di calcio e di basket). Accettammo a condizione che il Ministero dell’Istruzione locale si impegnasse a preparare i docenti e i preparatori degli atleti.

 

La Madrugada rappresenta oggi una forma di solidarietà internazionale alternativa, un vero  laboratorio di emancipazione  sociale”, come la definiscono il Governo locale, la televisione portoghese e il canale “Africa”, che opera nei Paesi del Sahel. Perché, puntando sui laureati locali, Madrugada mira a fare dei guineani gli artefici della rinascita del loro Paese.

C’est magique

L’obiettivo del progetto della Fondazione Agostiniani nel Mondo, nella Repubblica Democratica del Congo, è quello di contrastare il lavoro minorile, una piaga sociale radicata nei paesi bisognosi, e lo facciamo aiutando la stabilizzazione economica dei genitori (che è un’iniziativa legata a questo programma).  

È  in questo contesto che alla fine di aprile 2023, ho portato personalmente la tecnologia NaCLO a Kinshasa e ho avuto il piacere di consegnarla al gruppo di donne che hanno creato una cooperativa per la pulizia e la sanificazione nel 2022. 

Ho incontrato 14 donne, abbiamo montato insieme l’apparecchiatura, messo l’acqua e il sale e inserito il conduttore elettrico che permette la produzione di ipoclorito di sodio. 

A questo punto tutti si aspettavano che io aggiungessi disinfettante, dato che loro avevano sempre fatto così in passato, ma ho spiegato che non sarebbe servito in quanto lo scopo del macchinario era proprio quello di produrlo. Non mi hanno creduto fino a quando non hanno sentito l’odore di cloro che proveniva dall’impianto NaCLO e quindi si sono convinte sin da subito della sua efficacia comprendendo appieno l’utilità di questo dono. “C’est magique” – ciò che hanno esclamato le donne. 

 Mentre si attendeva la produzione dell’ipoclorito di sodio, si è parlato a lungo del suo possibile utilizzo, abbiamo poi tradotto in lingua locale il manuale per imparare e sapere gestire le dosi e le corrette proporzioni a seconda di ogni utilizzo. 

Abbiamo inoltre valutato insieme il possibile inserimento nel mercato del prodotto e essendoci accertati della fattibilità, siamo andati ad acquistare contenitori di varie dimensioni.  

Al momento non siamo in grado di valutare l’impatto sul settore salute e sanificazione, però possiamo considerare altri aspetti: si può ad esempio affermare che i bambini delle donne coinvolte nella cooperativa adesso vanno a scuola e non sono più costretti a lavorare. 

Per avere un quadro più completo della situazione, un altro fattore importante da tenere presente e che influenza la vita quotidiana dei congolesi, si può ritrovare nel loro retaggio culturale. Gli abitanti di molti paesi emergenti spendono la quasi totalità del loro tempo e delle loro energie nella ricerca di cibo e ciò che ne resta viene impiegato per consumarlo. Non è scontato poter pensare ad altro che non sia un bisogno primario, non è banale il concetto di aver tempo da dedicare al lavoro, alla famiglia, alla propria crescita personale. 

Il sistema NaCLO nella sua efficienza ed economicità sta già dando una prospettiva di vita migliore a queste famiglie. Acquistare sale ha costi contenuti ed è l’unica spesa da sostenere per produrre molti litri di ipoclorito di sodio. Usandolo per sanificare e rivendendolo, assicura a queste donne un guadagno che spazza via ogni insicurezza economica, regalando tempo ed energia alle persone da poter investire su loro stessi. È per questo motivo che i bambini possono e (finalmente) devono andare a scuola: per pura crescita personale e per avere una prospettiva di vita migliore. La semplice possibilità di scolarizzazione diventa un bisogno che nasce dalla voglia personale di progredire. 

NaCLO ha scatenato un piccola ma significativa reazione a catena che migliorerà la vita di molte persone. 

 

Un’esplosione

È Yves che mi racconta che la ditta per cui lavorava è stata chiusa perché produceva materiale potenzialmente esplosivo e il Burkina non vuole correre il rischio che questi prodotti possano essere utilizzati dagli estremisti per confezionare i loro attacchi mortali. Così, ora, Yves si è trasferito in capitale a Ouagadougou e l’Agenzia di Sicurezza per cui fa il guardiano di notte anche questo mese è in ritardo con il pagamento del suo salario. Stasera non ha i soldi per la cena ma un amico glieli presta, mi rassicura.

C’è movimento anche sulle strade in capitale, un’esplosione di giovani. Il 60% della popolazione ha meno di 25 anni. C’è energia, speranza ma c’è anche paura. I nostri agronomi impegnati per uno studio di fattibilità a bordo dei loro motorini, all’entrata in villaggio hanno visto le donne scappare. Increduli hanno chiesto spiegazioni. Le donne temevano fossero jihadisti o gruppi irregolari armati. Il Burkina, terra di convivenza, teme, si nasconde, fugge. Sono 2 milioni gli sfollati interni.

Noi restiamo chiusi in capitale e chiediamo ai partner e ai beneficiari dei nostri progetti di raggiungerci. Il personale internazionale in missione di appoggio tecnico, per motivi di sicurezza, non esce dalla capitale. Il clima di insicurezza richiede l’adozione di misure straordinarie di attenzione e prevenzione nella gestione del personale, negli spostamenti. Ai tavoli di lavoro si parla di sicurezza, i muri hanno il filo spinato. I colpi di stato che si sono susseguiti, le incursioni degli estremisti in alcune aree del Paese, la perdita di controllo da parte del governo su porzioni di territorio sempre più estese, espongono il Paese all’insicurezza. Quali prospettive? E nel frattempo esplodono i bisogni.

Constan oggi ha perso un suo petit- frère. Era un volontario arruolatosi per difendere la Patria ed è rimasto ucciso in un attacco. 100 Franchi il risarcimento alla famiglia per la sua morte. È il secondo in pochi mesi. Ed esplode la rabbia.

Nei video delle manifestazioni abbiamo visto sventolare bandiere russe, si sente parlare di Putin e dei cinesi, la Coca Cola è più difficile da trovare, il Burkina Faso ha chiesto il ritiro delle truppe francesi. “È necessario che facciamo il nostro percorso così come voi avete fatto il vostro” mi spiega un professore universitario illuminato. Risponde alle mie perplessità difendendo il principio di autodeterminazione per il suo Paese, anche quello di sbagliare alleanze, anche e soprattutto quello di riequilibrare i rapporti economici e riposizionarsi rispetto alla Francia. E il colpo di Stato in Niger va nella stessa direzione, mi spiega.

Non so se il professore ha ragione. Ma ho come la percezione che alla gente sulla strada e nei villaggi poco importi il desiderio di provvedere all’istruzione dei propri figli, di curare un parente ammalato, di procacciarsi il necessario per mangiare prevale.

È questo il Sahel che esplode.

Ed è qui il nostro posto, quello di una ONG italiana impegnata nella cooperazione a favore di chi è più vulnerabile perché come diceva sempre Luciano, un caro amico, citando J.F. kennedy: “La pace è un processo, un modo di risolvere i problemi. Respiriamo tutti la stessa aria, abbiamo tutti a cuore il futuro dei nostri figli e siamo tutti uguali. Nessun problema del destino dell’uomo è superiore alle nostre forze, la ragione e lo spirito dell’uomo hanno spesso risolto problemi che sembravano insolubili, e siamo convinti che questo sarà ancora possibile”.

Il Senegal al femminile

Senegal

Il Senegal è uno stato dell’Africa occidentale e prende nome dall’omonimo fiume che lo attraversa. Il Paese ha un passato difficile e doloroso, che ha visto la magnifica isola di Gorée, al largo delle coste senegalesi, diventare tra il ‘500 e il ‘600 il centro di raccolta e smistamento degli schiavi: una tratta prima sotto il controllo dei portoghesi e poi dei francesi, i quali successivamente inclusero il Senegal nell’Impero coloniale francese. 

Nonostante abbia ottenuto la piena e formale indipendenza nel 1960, il Senegal mostra ancora forti contraddizioni: perché, se da un lato l’ambizione di riscattarsi dal passato coloniale contando solo sulle proprie forze e organizzazioni sociali o politiche è fortemente radicata, dall’altro rimane ancora molto stretto il legame politico-strategico, linguistico ed economico con la Francia (e più in generale con l’Europa). Di fatto, nonostante i recenti disordini, il Senegal ha ancora un ruolo fondamentale per il contenimento del terrorismo islamico-fondamentalista nello scacchiere dell’Africa occidentale. Conta molto in tutto ciò anche la stabilità politica e religiosa che da sempre lo contraddistingue.

 

La popolazione è costituita da diversi gruppi etnici, tra i quali i Wolof , che rappresentano il 43% del totale e il gruppo più diffuso sul territorio senegalese, i Poeul e Toucouleurs. La religione islamica, praticata dal 94% della popolazione, sembra fungere da “trait d’union” tra i diversi gruppi, permeando la cultura e la quotidianità del Paese, scandita dalle preghiere rituali. Passeggiando per strada nei minuti che precedono la preghiera è comune vedere le persone, anche i bambini, interrompere attività e giochi per prepararsi con il lavaggio di mani, piedi e testa al momento di religioso silenzio.

Molto diffuso sono anche l’animismo e le credenze legate ai “gri-gri”, gli amuleti protettivi assicurati ai polsi e alle caviglie dei bambini appena nati, amuleti che vengono assegnati al momento della cerimonia di riconoscimento nella comunità per proteggere i bimbi durante l’infanzia.

La popolazione delle zone rurali, le più povere e disagiate del Senegal, è privata anche dei servizi più essenziali. Eppure, sono proprio queste le regioni più autentiche del Senegal. Nei villaggi delle campagne è possibile, infatti, assaporare i piatti più tipici cucinati dalle donne: con una sapienza antica, con cura e un’attenzione lunghe una giornata intera esse preparano verdure, carni o pesci che accompagnano il riso, insaporito dall’immancabile dado.

“Passeggiare nei mercati costituisce un’esperienza imperdibile: restano vivi nei ricordi il forte odore di pesce secco, i colori brillanti delle verdure e dei frutti, il vociare dei mercanti, che cercano di attirarti alle loro bancarelle, e l’immagine dei mendicanti spesso malconci o storpi, che si aggirano tra la folla come se fossero fantasmi sbucati improvvisamente da un “non luogo”. Ancora più affascinanti sono i “gamou”, i mercati presenti nei diversi villaggi in occasione delle feste patronali, che richiamano migliaia di persone, mercanti o allevatori con il loro bestiame, portato fin li’ per essere venduto. camminando tra le piccole strade dei villaggi si è spesso chiamati daI curiosi fermi sull’uscio di casa che invitano a bere té o “toubab”, il caffè zuccherato, speziato con pepe e servito in piccoli bicchieri di vetro, che emanano un profumo inebriante.”

Nei villaggi più remoti mancano quasi del tutto le strutture sanitarie di base. Nei rari casi in cui queste sono presenti, difficilmente la popolazione ha i mezzi per accedervi, non solo per mancanza di denaro o di cultura sanitaria, ma anche per la grande lontananza dalla struttura o le difficoltà per raggiungerle. Di fatto, in Senegal il sapere della medicina tradizionale legata a “tradi-practiciens” (o talvolta presunti tali), è una presenza inestirpabile che custodisce antiche conoscenze curative basate sull’uso di piante medicinali locali la cui efficacia è sempre da verificare.

 

 

I “guaritori”, seppure riuniti in un’Organizzazione Nazionale chiamata “Amphot”, non sono ancora formalmente riconosciuti dal governo senegalese e spesso operano al di fuori del sistema sanitario “convenzionale” del Paese. Di fatto, nonostante le raccomandazioni dell’OMS e una certa apertura reciproca tra medicina convenzionale e antiche pratiche locali (il Ministero della Salute si è fatto negli anni promotore e sostenitore di corsi di formazione per i “guaritori” volti a mediare i differenti approcci), la collaborazione tra i due sistemi appare ancora difficile, a maggior ragione perché è ancora percepibile nei “guaritori” una certa diffidenza verso il sistema istituzionale dal quale si sentono fondamentalmente rifiutati.

Tuttavia, lo “spirito” e la presenza delle antiche pratiche è talvolta riscontrabile anche presso gli stessi medici appartenenti alla scienza ufficiale: ad esempio, durante i travagli e i parti viene concesso alle donne di portare con sé i rimedi naturali.

 

 

In generale, ma soprattutto nelle campagne, anche le strutture e il personale scolastico sono insufficienti, e comunque l’istruzione risulta inaccessibile ai più per costi o lontananza. Così molti bambini e ragazzi, da adulti, sono destinati all’analfabetismo. Una situazione che a livello femminile è destinata a diventare ancor più seria, poiché le bambine spesso abbandonano il percorso scolastico costrette da gravidanze e matrimoni precoci decisi dalle loro stesse famiglie.

Proseguire gli studi non significa per le ragazze solo imparare o acquisire le nozioni e la cultura fondamentali, ma rappresenta anche un modo per affrancarsi dalle consuetudini, per potersi affermare come donne consapevoli e indipendenti e prevenire gravi rischi per la salute.

 

“donne e mamme stanno diventando le prime sostenitrici dell’importanza dell’educazione scolastica, soprattutto quella delle bambine. Un esempio di come si stia affrontatndo il cambiamento e’il “Premio Lara Araldi” di Pire Gouréye (Regione di Thies), un progetto sostenuto dalla Cooperazione Internazionale attivo dal 2009 e che vede ogni anno, durante la “Festa dell’Eccellenza Femminile”, circa 60 ragazze ricevere una borsa di studio basata sul merito. La borsa, di durata annuale, e’ finalizzata ad aiutarle a proseguire gli studi anche fino all’Università.”

 

Il “Premio Lara Araldi” ha ottenuto un riconoscimento formale da parte delle Autorità locali e nazionali senegalesi e il sostegno dalle comunità. Tanto che i genitori delle ragazze hanno costituito un comitato per gestire l’organizzazione del premio, riconosciuto come bene pubblico della collettività, e per promuoverne l’importanza attraverso la sensibilizzazione delle famiglie. Gli ultimi dati, presentati anche in consessi internazionali, dicono che il livello scolastico generale nella Regione di Thies è aumentato perché le e gli alunni sono portati a migliorare il proprio rendimento per poter accedere al premio, disponibile, di recente, anche per i ragazzi.

 

Foto di Papa birame Faye

 

Lo stato di indigenza e povertà, che affligge in modo più grave la popolazione senegalese rurale, è stato aggravato negli ultimi anni dall’emigrazione maschile verso le città e i Paesi occidentali.  Così le donne sono rimaste le sole a occuparsi dei figli e della coltivazione della terra. Terra che spesso, per antiche consuetudini dure da estirpare, è considerata una proprietà “maschile” e sulla quale le donne senegalesi non riescono ad esercitare alcun diritto. Tuttavia, esse sono sempre più consapevoli di quanto spetta loro e hanno iniziato a domandare, senza timori, ciò che spetta loro. Soprattutto perché coltivare la terra previene il fenomeno del “land grabbing” ed è la migliore soluzione per la tutela e la cura dell’ambiente.

Un chiaro esempio della loro raggiunta consapevolezza è rappresentato dall’elevato grado di maturità associativa femminile, che svolge un ruolo fondamentale, e sempre più riconosciuto dalla società, per lo sviluppo del Paese. In particolare, delle aree rurali. Il riconoscimento ha raggiunto recentemente un livello formale e politico: la riforma dell’atto 3 della decentralizzazione, adottata a Dicembre 2013 dall’Assemblea Nazionale, prevede tra i nuovi eletti una percentuale paritetica di donne, chiamate anche esse a partecipare alle attività di formazione richieste dallo stesso governo senegalese in merito ad argomenti di amministrazione, gestione e finanza.

 

 

 

“le donne impegnate nell’agricoltura e nell’allevamento sono il fulcro e il volano dell’economia Senegalese: in questi settori gestiscono piccole attività imprenditoriali generatrici di reddito e in grado di consentire alla famiglia e ai figli l’accesso alle cure di base e all’istruzione.”

 

Sono le donne, infatti, a gestire con pieno successo una pratica molto diffusa e ben consolidata soprattutto nelle campagne africane: quella delle cosiddette “Tontines”. Secondo questa pratica, le donne, impegnate in un comitato di gestione, versano ogni mese una parte della rendita delle proprie attività come quota di partecipazione. La somma delle quote confluisce in un fondo comune affidato, in totale trasparenza e a rotazione mensile, a una delle donne associate, che può investire il denaro per acquisti e spese personali o della famiglia.

 

“si tratta, di fatto, di un sistema parallelo a quello delle Banche, con maggiore circolazione di denaro e trasparenza. cosi’ le donne diventano piccole imprenditricei indipendenti, alle quali e’ affidata la vita famigliare e della comunità.”

 

A Pire Gouréye è attivo un esempio ammirevole di questa organizzazione rurale al femminile. Una “case history” davvero formidabile se la si osserva con gli occhi dell’occidentale. Sono le stesse donne ad accompagnarti con orgoglio a vedere i piccoli lotti di terra che coltivano a regola d’arte con i prodotti locali e stagionali, utilizzati per preparare i pasti alle loro famiglie o venduti nei mercati locali o di Dakar.

Nonostante le limitazioni culturali e religiose ancora presenti, le donne senegalesi stanno dando vita a una rete forte, in grado di incidere profondamente in una realtà ancestrale e sedimentata. Capace di produrre inaspettati cambiamenti anche in Italia presso le comunità di migranti senegalesi.

Lettere da un altro mondo

Sud-Sudan 2011 – Leer 

 

28 novembre 2011   

Ci sono voluti quattro giorni per arrivare a Leer. Prima da Roma ad Amsterdam, con atterraggio di notte, in una fitta nebbia; poi, briefing MSF e ripartenza la notte successiva per Nairobi. Altro cambio d’aereo e ho raggiunto nel pomeriggio Juba. La stanza del compound MSF a Juba era davvero misera, solo una sedia e un letto polveroso. Ho cenato da solo nel giardinetto interno mentre una scimmietta mi fissava curiosa: riso e fagioli, che sarebbero stati alla base dei miei pasti per i successivi mesi. La mattina dopo, un volo World Food Program mi ha mollato sulla piana dell’aeroporto di Wau, seconda città del paese, ad aspettare per due ore l’elicottero che, sorvolando un’infinita e monotona savana, mi ha finalmente scaricato a Leer, atterrando, chissà perché, in un campo di erbe spinosissime a due passi dal compound di MSF, in cui sono stato accompagnato, un po’ stravolto, da un piccolo e variopinto comitato di accoglienza. 

 

Si vive ognuno in un tucul/casetta di circa tre metri per tre, tetto in lamiera con pareti e pavimento di fango secco. Un letto avvolto dalla “mosquito net”, una sedia, un minuscolo tavolino e un baule metallico fanno da arredamento. Fra un tucul e l’altro razzolano le galline, e di notte, da sotto le lamiere, qualche pipistrello penetra nella stanza. In effetti scopro una colonia di pipistrelli sotto il mio tetto e di notte è un continuo gratta gratta. Mi volano vicini, piccoli bath(man), e lo svolazzo mi tiene sveglio, anche se protetto dalla “mosquito net”. Mi ci sono affezionato e tengono compagnia: nel dormiveglia, mi figuro che mi guardino e che parlino di me. Purtroppo, alle tre di notte il canto dei galli mi ricorda la canzone “Il gallo è morto” di Cochi e Renato, e risveglia istinti gallicidi 

Le latrine sono roventi box di lamiera, al sole e distanti un centinaio di metri dal tucul, non semplici da identificare e raggiungere in una notte senza luna. La mattina, al vento freddo dell’alba, ci si lava all’aperto con un esile getto d’acqua che esce da un tubo di plastica; più tardi, salito il sole, si viene aggrediti da un caldo oppressivo (35°- 40°) nonostante il sollievo intermittente di un refolo di vento. Ci si può collegare a internet, ma solo nella stanza adibita a mensa, e non a tutte le ore perché il generatore non ce la fa a reggere. 

Due gentili signore locali ci cucinano i pasti sul misero fornelletto a treppiede onnipresente in tutta l’Africa: zuppa di ceci e fagioli, rari pezzi di carne. Verdura e frutta fresca sono quasi assenti. Solo cipolle, qualche patata, rare banane. In compenso birra e vino sudafricano aiutano il morale della truppa. 

Il nostro gruppo è guidato da un simpatico inglese sulla quarantina. Quattro i medici: una giovane dottoressa del Myan Mair che segue i pazienti con AIDS e tubercolosi, un medico etiope per i malati di colera e Kala Azar, un giovane internista statunitense per i pazienti internistici e infine la mia collega chirurga che sono venuto a rimpiazzare: una tedesca di 55 anni, magra, gentile, infaticabile, teutonicamente scrupolosa e ordinata, mai presuntuosa, quasi umile. A volte così meticolosa da diventare un po’ pallosa. Ha undici missioni MSF sulle spalle, fra cui una in Darfur in cui si era beccata un’epatite ma continuava imperterrita ad operare, gialla come un limone.  Completano la squadra tre infermiere (un’inglese, un’olandese e una neozelandese) e un’ostetrica americana sulla sessantina, con lunghi e ispidi capelli grigi, infagottata in ampi camicioni che la fanno tanto somigliare a una strega. Garbata, anche se all’apparenza un po’ scostante; credo sia solo perché tende a vivere appartata nel suo mondo di gravide.  

 

In ospedale 

La giornata è in genere abbastanza monotona e ripetitiva. Alle 7 percorro, infreddolito, i 100 metri di terreno arido per raggiungere le latrine e dopo una frettolosa abluzione all’aperto faccio colazione con la mitica, antidepressiva Nutella. L’ospedale si raggiunge a piedi in pochi minuti, su un sentiero cosparso di confezioni vuote di Plumpynut* buttate senza cura dai locali. Il briefing mattutino si tiene all’aperto nel cortile dell’ospedale, protetti dal grande ombrello frondoso di un mango. Si parte poi per il giro in corsia, immergendosi nella sporcizia odorosa di un autentico ospedale africano. Gli infermieri non hanno camici e non so perché non vengano imposti. Spesso vestono giacca e cravatta e appena possono siedono in un angolo del cortile, ben distanti dalle corsie, dove vanno solo se chiamati. Sui letti, gli immancabili materassi rivestiti di dura plastica nera, ma mai (o raramente) lenzuola. L’attività operatoria inizia alle 9 e dura fin verso l’una. Se non ci sono urgenze si ritorna a casa per il pranzo, a base dei soliti fagioli (lessati, conditi o a purea) rape, cipolle, riso o spaghetti, con occasionali pezzi di carne. Poi ognuno si ritira per una piccola siesta, sonnecchiando avvolto dal caldo appiccicoso.  

L’ambulatorio pomeridiano è una snervante successione di casi clinici che mettono a dura prova: dal voluminoso lipoma sul cranio di un bambino di un anno, alla bimba di 6 mesi senza apertura vaginale, alla 18enne che non ha mai avuto le mestruazioni (pur sposata), per concludere con ulcere ed ascessi mostruosi. Una corte dei miracoli. Appena li tocco urlano, mi allontanano la mano, mi afferrano il braccio. La stanza è poco illuminata, maleodorante. Ogni tanto qualcuno sputa e rutta. Quando, alla fine, esco all’aria aperta, mi sembra di emergere da un inferno dantesco. Mi rendo conto del bisogno disperato di aiuto ma occorre uno sforzo mentale per ricordarlo. Il ritorno a casa alle 18 è premiato da una doccia purificatrice, con l’acqua resa tiepida dal sole, per scrollarsi di dosso gli odori, la sporcizia, l’aria dell’ospedale. Dopo la cena, stesso menu del pranzo, il momento clou della giornata: la telefonata a casa via Skype, sperando che Internet funzioni. In ogni caso, un bicchiere di vino o una birra raddrizzano l’umore, e poi a nanna con un sonno spesso irregolare, non tanto per i pipistrelli, ma per i vari pensieri angosciosi, che si allontanano solo verso l’alba. Dubbi e interrogativi che nascono dall’essere soli, isolati e immersi in un’umanità scarnificata ai bisogni essenziali, così tragica e disperata da far cadere la speranza. A volte devo scavare a fondo per ripescare le motivazioni. 

La polvere in ospedale è onnipresente, complice il continuo vento che solleva la sabbia del cortile. Le corsie sono stipate, con un odore incredibile di umano. Gli esami di laboratorio disponibili sono pochi. Non c’è radiologia. Non esiste una banca del sangue. La chirurgia è una cenerentola fra i programmi per AIDS, colera, malaria, kala azar, denutrizione. Senza medici anestesisti, l’unico infermiere locale che ha una certa pratica di anestesia non sa intubare. Non c’è un respiratore in sala operatoria, il paziente è ventilato manualmente. La sterilità fa paura. L’assistenza postoperatoria non esiste. Abbiamo un solo concentratore di ossigeno per tutto l’ospedale: se utilizzato in sala operatoria, non è possibile somministrare ossigeno a un altro paziente, in corsia o in pronto soccorso. Non è una questione economica. ma di scelte.  

Eppure, casi seri ne arrivano: ieri un paziente si è presentato con il braccio sinistro spappolato e quasi scarnificato da un proiettile di Kalashnikov. La mattina successiva si lamentava con l’arto penzoloni, le ferite scoperte e le bende buttate sul materasso, nonostante tutte le raccomandazioni fatte a lui e agli infermieri. Mi accorgo di diventare razzista. Ma ci sono anche dei bei momenti, in cui ti senti orgoglioso. Come nel caso una ragazza di 18 anni, operata per una gravidanza extrauterina con una grave emorragia addominale e valori di emoglobina quasi incompatibili con la vita. Senza sangue disponibile, ho aspirato quello trovato in addome, circa due litri, e l’ho trasfuso sul momento. Questa pratica di “autotrasfusione” è ben conosciuta, specialmente in paesi con risorse limitate. Per me era la prima volta: è stato bello vedere l’entusiasmo e il fervore di ognuno in sala per partecipare dando il proprio contributo. Senza l’infermiere anestesista, in ferie, il medico americano ha addormentato la ragazza seguendo le istruzioni del testo di anestesia aperto davanti a lui. La ragazza ora sta bene. 

Nello stesso giorno a mezzanotte, un cesareo di una donna all’ottavo figlio con un feto che mi è sembrato immenso. La paziente continuava a perdere sangue, la strumentista mi guardava atterrita e l’ostetrica americana rianimava il bambino ripetendo esasperante:” you will be the next president of South Sudan” mentre io ero alle prese con l’utero sanguinante. Come in un film di Tarantino. Come Dio ha voluto, ce l’ho fatta ma ho preso una bella strizza. Tornato nel tucul alle tre, ero solo smanioso di sonno. 

Qui tutto è al limite: pazienti in fase terminale sono lasciati sul terreno davanti all’ospedale, altri giungono giorni e giorni dopo il trauma, con fratture esposte, ricoperte di mosche e larve. Un uomo arrivato stanotte con il tendine d’Achille tranciato da una lancia (lesione tipica qui) è stato adagiato sulla polvere davanti all’ingresso. L’infermiere non sapeva dove erano garze e disinfettanti, io li cercavo in sala operatoria, di cui ho le chiavi, mentre un gruppetto di persone mi guardava incuriosito. Uscito dalla sala, vedo il paziente strisciare per terra sulla gamba ferita per raggiungere la corsia, mentre l’infermiere lo accompagna con “nonchalance”, con la cartella in mano. Ho dovuto caricarlo io in barella, incazzato e avvilito. Che voglia di fuggire! 

Una donna anziana di un villaggio lontano è stata aggredita cinque giorni fa da un ippopotamo mentre raccoglieva gigli d’acqua lungo il fiume. Gli ippopotami hanno grandi fauci frantumanti e sono i secondi killer in questo paese. Dopo le infruttuose terapie di un guaritore locale, si sono decisi a portarla da noi, con due giorni di viaggio su una barella improvvisata. Femore e tibia emergevano da due ampie ferite sporche di terriccio, con i muscoli penzolanti. Un infermiere della sala operatoria è quasi svenuto dalla puzza. Una volta pulita e medicata la ferita, la paziente, il giorno dopo, ha rifiutato l’amputazione e si è dimessa. Per morire, presto o tardi, a causa dell’infezione che sopravverrà inevitabilmente: la scelta di tenersi il proprio corpo, anche se devastato, quando di vivere o di morire non ti importa più di tanto. 

Oggi è giunto in ambulatorio un cieco trainato dolcemente con un’asticella di bambù da un bambino di 6-7 anni. Non è raro vederli in Africa, dove l’oncocerchiasi, una malattia che rende cechi (“River blindness”) si contrae facilmente bagnandosi nei fiumi. Il bambino ha guidato bravamente il suo vecchietto da noi per cambiare il catetere vescicale. Ricordo una scultura che rappresenta la stessa scena, davanti alla sede dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, a Ginevra. È dedicata alla miseria umana e soprattutto all’altruismo e alla carità che può suscitare. Quando ero a Ginevra mai avrei immaginato di ritrovarmela davanti nella realtà quotidiana.  

 

Il paese 

Il Sud Sudan è un paese che importa tutto il suo fabbisogno. Il petrolio, unica sua ricchezza, raggiunge il mar Rosso con un oleodotto che attraversa, a nord, il Sudan, ulteriore causa a un conflitto già strisciante per confini non chiariti, lotte tribali e guerriglie. Le aree coltivate sono rare. Verdura e frutta sono quasi introvabili al mercato di Leer, al contrario di birra, coca cola e vino sudafricano, che arrivano in autocarri dopo impervi viaggi lungo strade fatiscenti. C’è abbondanza di mercanzia cinese: saponi, dentifrici, jeans e magliette taroccate, ma non artigianato locale. Creme per il corpo con cui uomini e donne, come in Sierra Leone, si cospargono anche il capo rasato, si trovano ovunque. 

La popolazione qui è di statura slanciata, tanto che a volte le nostre stampelle non sono sufficienti per la loro altezza. Quasi tutti esibiscono scarificazioni tribali sul volto.  È gente fiera, difficile e aspra: alti e sottili, si muovono con movimenti ritmici ed eleganti che rievocano una dignità antica. Sono colpiti endemicamente da Kala Azar (la leishmaniosi viscerale), HIV, malaria, polio, meningite, colera. I tumori che ho visto erano così avanzati e mostruosi che ogni tentativo di asportazione sarebbe stato impraticabile. Loro lo capiscono e ti fissano con uno sguardo misto di rassegnazione, sofferenza e gratitudine. Impiegano ore, anche giorni, per giungere in ospedale, spesso a piedi. Attraversano fiumi a volte con l’acqua alla gola, sperando di non essere attaccati da coccodrilli o ippopotami. E io che mi incazzo quando arrivano con ferite sudice e infette! La sera i tamburi dal villaggio vicino sono martellanti, ritmando cantilene che mi sembrano arabe. Un mondo dissonante ed estraneo al nostro.  

Nonostante qui le vacche siano più numerose delle persone, molti ne riconoscono la fisionomia e il muso, neanche fossero persone. Non solo di una, ma di centinaia. Mentre mostravo alcune foto del villaggio ai miei infermieri, uno di loro ha riconosciuto la vacca di un suo lontano parente! Al pascolo i pastori sono armati di una lunga lancia acuminata, oggi spesso sostituita da un kalashnikov; le razzie e i furti di bestiame, sanguinose consuetudini della cultura nomade, si sono fatte sempre più cruente: non ci si limita a rubare, ma si ammazzano anche donne e bambini durante le incursioni nei villaggi.  

 

Momenti  

Per Natale cena all’aperto sotto un grande albero: antipasto birmano a base di uova sode e patate lesse in una salsa decisamente piccante, che almeno si spera sia riuscita a uccidere i batteri, visto che le uova, conservate rigorosamente al caldo, avranno avuto almeno tre mesi. A seguire insalata di bambù e riso così compatto che si poteva fare a palle. La birra e il vino bianco sudafricano hanno stimolato la conversazione, ma alle 21 tutti erano un po’ cotti e siamo andati a dormire. Alle 23 hanno chiamato per un paziente ferito al torace da una lancia. L’infermiere di sala operatoria, che vive nel villaggio, non si trovava, e neppure le chiavi della sala operatoria, per cui abbiamo trasportato il paziente in sala attraverso una finestra, caricandolo sostanzialmente in spalla, aiutati da parenti e amici. Drenato il torace, alle 4 ho riguadagnato il letto. Così è cominciato Natale.  

Il mio giovane amico statunitense non resiste più e partirà il 9 gennaio: è “burned out”. Amareggiato dalla gestione, dalla mancanza assoluta di mezzi, dall’impossibilità di fare una medicina decente. Lo scorso anno, altri tre non se la sono sentita di continuare. L’apparente distacco fra i centri di decisione e la realtà traumatizzante in cui si lavora è una delle ragioni. La responsabile del programma MSF a Giuba parla del Sud Sudan con una grande carta geografica appesa, spostando le sue armate come Napoleone, ma non vede la sporcizia, non sente il cattivo odore delle corsie sovraffollate. Da sei mesi la sala operatoria non ha un aspiratore, certi fili di sutura non sono disponibili e non si può sempre rispondere che c’è stato un errore nell’ordine e che ci sono, comunque, dei tempi tecnici. L’umanitarismo è deleterio se non sorretto da un vigoroso pragmatismo professionale. 

 

Ritorno al tucul nel primo pomeriggio: fa un caldo boia e il vento secco e caldo mi avvolge. La stagione delle piogge è finita da poco, ma le crepe sul terreno sono già ben aperte per la siccità. Questo uno dei paesi più desolati che ho conosciuto ma il cielo di notte è incredibilmente gremito di stelle. Sto cercando di adeguarmi a vivere fuori dal mondo. Tre missionari comboniani sono a Leer da 30 anni. Avrei mai una forza uguale? Mi manca la spinta religiosa, ma sto provando a resistere, anche se talvolta la spossatezza mi vince. Leggere alla luce delle candele mi deprime (l’elettricità viene tolta alle 20,30), anche se i pipistrelli fanno compagnia. Allora ascolto musica, come ora la Settima di Beethoven. La nurse neozelandese conosce la data di nascita di Beethoven e la festeggia ogni anno, con devozione e gratitudine.  

 

Pochi giorni dopo aver scritto queste righe, chiamato di notte per un cesareo, ho avuto un prolungato calo di pressione; senza particolari conseguenze, ma che ha dato la misura del mio affaticamento. Il cesareo è stato portato a termine, così come un altro faticoso intervento il giorno dopo su un bambino, nel caldo micidiale nel pomeriggio. Ma pare che chi mi incontrava, guardandomi rimanesse incerto sulle mie condizioni di salute, anche se non avevo particolari sintomi. Per questo il responsabile del progetto mi ha avvertito che aveva preso la decisione di farmi rimpatriare. 

 

15 gennaio 2012 

 

Scrivo da Lokichokio, Kenia, al confine con il Sud Sudan, dove si trova la base logistica di MSF. Dormirò qui stasera, sulla strada del ritorno, con venti giorni d’anticipo: Medevac: evacuazione per ragioni mediche. Gli sbalzi di pressione arteriosa, un collasso in sala operatoria, in una parola una sindrome da affaticamento, hanno consigliato la decisione più logica.  

Sono partito stamattina con un piccolissimo Chessna. Lungo il volo quattro tappe, atterrando su piste cortissime e accidentate, in mezzo al nulla, fra piccole folle di locali e ragazzini curiosi, per scaricare materiali e pazienti. Ogni volta l’entusiasmo, la vitalità e la carica umana del personale MSF mi sono sembrati come piovuti dal cielo, in mezzo a tanta desolazione. 

Vedendo un bagno normale e mangiando sugo di carne e melanzane, capisco di essere tornato alla normalità. Domani si vola a Nairobi per il grande balzo verso l’Europa, con la consueta colpevole sensazione di abbandonare la gente in mezzo ai conflitti, agli ippopotami, ai coccodrilli, agli scorpioni, al lerciume. Risenti l’“hello surgeon” dei pazienti all’ultimo giro in corsia e, come sempre, capisci che in fin dei conti vale sempre la pena. 

 

*Il Plumpynut è un nutrimento ipercalorico sotto forma di barrette che si dà ai bambini malnutriti 

Gente che cammina

Il topos caratterizzante un viaggio in Africa subsahariana è la gente che cammina.

 

Ovunque.

 

Persone solitarie nel mezzo della savana, che ti chiedi da dove saltano fuori – e dove vanno, o brulichii densi di colori e voci nelle strade cittadine. La dimensione dell’Africa ti abbaglia dal finestrino dell’aereo, dalle ore sopra un panorama sempre uguale, ma si si misura veramente solo camminando (ma camminando molto).

Il viaggiatore che vuole (provare a) conoscere deve entrare in questa dimensione, superando in primis l’ostacolo mentale degli ‘abasungu’ (bianchi) che non camminano, figuriamoci. La prima cosa che ti si organizza, nel tuo viaggio in Africa, è una macchina e un autista, che si intende essere il tuo angelo custode. Bene, con cortesia, ma fermezza, se le condizioni di sicurezza lo permettono, rifiutatelo, perlomeno nel tempo libero.

La dimensione che si incontra nello spazio di una camminata è sufficiente ad avere un’idea dell’altro topos dell’Africa subsahariana, le diseguaglianze. Terribili.

 

Il primo impatto con la dimensione rurale e non turistica dell’Africa è shoccante, ed il viaggiatore umusungu – compreso chi sta scrivendo queste righe- cade immancabilmente nel tranello di chiamare bellezza la povertà.

 

Per questo, bisogna sempre tornare negli stessi posti almeno una seconda volta, scrollarsi di dosso colori, luci, e sorrisi, e farsi colpire dalle diseguaglianze e dalle ingiustizie.

 

Una camminata di poco più di due ore nel distretto di Musanze, nella provincia del Nord del Rwanda, sotto gli ibirunga (vulcani), consente di vedere le diseguaglianze ma non di capire come è possibile che esistano, così forti. A meno di 500 metri, si passa da una scuola primaria privata, dove i bambini fanno lezione in inglese, studiano il francese, sono vestiti in divisa, e rispondono, quando interrogati ed alzandosi in piedi, a domande di geografia, di storia, di scienze. Poi, si esce dal campus e camminando pochi minuti in salita, in mezzo a sassi e fango, si incontrano i primi villaggi del distretto. Il primo bambino che incontriamo è una vecchia conoscenza, conosce bene Chiara, non ha divisa, è abbastanza sporco ma egualmente educato. Parla kinyarwanda e esibisce con molto orgoglio le poche parole in inglese che ha appena imparato. Ha appena iniziato ad andare a scuola, grazie all’aiuto delle nostre studentesse. C’e’ un regalo per lui, una scatola di Memory, con cui giocare con fratelli e sorelle. Le figurine del Memory lo sbalordiscono. Non riconosce un gatto (lion!!! esclama), non riconosce l’elefante, sembra addirittura non riconosce la capra. Ma forse, è solo stupore e timidezza, e suoi occhi parlano una lingua diversa da quelli dei nostri figli.

Prende la sua scatola di Memory e se ne torna verso casa. Ci aspetterà sulla strada, al ritorno, deve portarci a salutare la mamma e i fratelli, nella sua nuova casa. Non è una bella casa -credetemi – e non so quanti di noi (io per primo) la chiamerebbero e la vivrebbero come casa. Ma è una nuova casa, per loro, quella precedente era molto peggio.

Continuando a salire, si familiarizza con un altro topos dell’Africa rurale.

 

Le donne che camminano, con le braccia al cielo. A sostenere il cielo, dice il proverbio africano.

 

A portar pomodori e travi di legno, più prosaicamente. Hanno un viso duro. Chi non lo avrebbe. Ma interpretare la mimica di culture ed esperienze diverse dalle nostre è sempre complicato. I pagne coloratissimi, neppure vestiti ma solo tessuti avvolti, sono un marker sociale. Quando le incontri, ti giri sempre ad osservarle da dietro, per veder spuntare la testa del bambino appeso alla schiena, fuori dal pagne. Di tanto in tanto, si voltano anche loro e si incontra lo sguardo: la giornata e’ dura, ma raccontare alle amiche invidiose di aver visto un umusungu con la mascherina potrà aiutare, la sera, a dimenticarsi che c’e’ poco da mangiare per cena.

Il brulichio sulla strada dei villaggi è finalizzato alla sussistenza, giorno per giorno. Il Rwanda, pur in crescita economica da oltre 15 anni, ha un reddito procapite di 700 dollari all’anno. Due dollari al giorno. In media. E questo torna in mente, subito, qualche mezz’ora e tre o quattro chilometri più tardi, quando nel caffè al centro della città ci si ferma per un ginger tea. I prezzi sono da Via Farini. E non ci sono turisti, né businessman. Una colazione per due costa circa 10 euro. La signora seduta davanti a me, non indossa pagne, ma vestiti occidentali,  ha scarpe molto simili a quelle di mia moglie, sta tutto il tempo a messaggiare sull’iPhone e paga il conto senza neppure leggerlo. Parla kinyarwanda come le donne del villaggio. Forse sono anche parenti. Chissà quanto contribuisce, lei, al reddito procapite.